Furore
Pubblicato nel 1939, Furore è subito il romanzo simbolo della grande depressione americana.
Nell’odissea della famiglia Joad, in penosa marcia, come migliaia e migliaia di americani, è ripercorsa la storia delle grandi, disperate migrazioni interne, lungo la Highway 66, verso lo sfruttamento, la miseria, la fame: un quadro potente e amaro di una dura Terra promessa dove la manodopera era sfruttata e mal pagata, dove ciascuno portava con sé la propria miseria “come un marchio d’infamia”.
25.02.2006 18:05 at 18:05
La vicenda della famiglia Joad, in nome del profitto privata dalle banche della terra che coltivano da generazioni e che da generazioni li ha visti nascere, vivere e morire, costretta ad un improbabile viaggio della speranza in California, la nuova terra promessa, dove però troveranno solo tribolazioni,
umiliazioni e sfruttamento, questa epopea può essere vista sotto due opposti aspetti.
Per un verso i Joad, come dei novelli Malavoglia (con i dovuti distinguo), sembrano inserirsi nel filone verghiano dei “vinti”, di coloro cioè che vedono inesorabilmente frustrati tutti i propri tentativi di migliorare la propria posizione sociale o semplicemente di assurgere ad una condizione
dignitosa di vita.
In quest’ottica ciò che segna la loro disfatta, più ancora degli stenti e delle ripetute umiliazioni che devono patire, è lo sfacelo dell’unità familiare; unità che era sempre stata il loro punto di forza, in virtù della quale avevano sopportato ogni intemperie e per mantenere la quale avevano fatto
ogni sforzo: in tal senso come non citare la scena durante il viaggio, in cui, essendosi rotta l’auto ed avendo proposto in diversi l’ipotesi di dividersi, la madre impugna la manovella d’avvio minacciando di usarla contro chiunque avesse voluto minare l’unità familiare? Scena che idealmente
segna il momento in cui la madre, a dispetto di una tradizione di chiaro stampo patriarcale, assume le redini della famiglia per non mollarle più.
Ciononostante i nonni muoiono durante il viaggio, il figlio Noè si ferma e lascia la famiglia a metà strada, l’ex-predicatore Casy viene ucciso dagli agenti, Connie abbandona Rosa Tea, e alla fine Tom braccato dalla polizia è costretto a scappare ed anche Al si stacca dalla famiglia per restare con la sua recente fidanzata.
D’altra parte però, i Joad ottengono la più grande affermazione della propria dignità, per quanto ripetutamente calpestata, e la più grande vittoria sui loro aguzzini (banche, latifondisti, polizia), nel fatto che questi non riescano a cancellarli come persone, gli portano via tutto ma non l’anima, come invece può accadere in condizioni estreme o paradossali. Si pensi ad esempio ai campi di concentramento di “Se questo è un uomo” di Levi o alla dittatura del Grande Fratello in “1984” di Orwell (par condicio
), dove la più grande umiliazione inflitta dagli oppressori agli oppressi è il
loro annullamento come individui, che li porta ad odiarsi tra loro e a desiderare la rovina del compagno di sventura in cambio della propria salvezza. Questo non accade invece in “Furore”, dove è sempre forte il senso di solidarietà tra gli ultimi e non viene mai meno ma anzi si rafforza proprio
nei momenti più difficili. È significativa in tal senso la narrazione che alterna lunghi capitoli sulle vicende particolari dei Joad con brevi intermezzi che inquadrano la situazione storico-sociale più in generale, come a sottolineare che l’odissea dei Joad è l’odissea di un popolo intero, che si
sarebbe potuto scegliere un’altra famiglia a caso nel mucchio e ne sarebbe uscita la stessa storia.
E significativo è anche che il romanzo si chiuda sul più alto e nobile degli episodi di solidarietà di cui è costellato, che non a caso giunge proprio nel momento più drammatico (la famiglia a pezzi, senza prospettive ed in fuga dal campo allagato dal torrente) e dalla persona, Rosa Tea, che fino a
quel momento era sembrata più imbelle e quasi incurante delle sorti della famiglia preoccupata solo della propria gravidanza e delle proprie disgrazie coniugali; Rosa Tea oltretutto nel suo momento più difficile, dopo che il suo bambino nasce morto. Eppure il gesto umano viene così naturale che non ha nemmeno bisogno di parole per essere annunciato: Rosa Tea guarda la madre negli occhi, fa uscire tutti ed offre il suo latte all’uomo che stava morendo di fame.
Viene infine naturale fare un parallelo tra i milioni di Joad della Grande Depressione americana ed i profughi ed extracomunitari di oggi, quelli come questi accolti dalla diffidenza ed ostilità generale: odiati dai latifondisti/imprenditori perché nella loro disperazione vedono un pericolo per i propri
privilegi, odiati dalle banche e dai commercianti perché non possono estorcere loro alcun denaro, odiati dai poveri e dagli operai perché temono la loro concorrenza come manodopera. E tra tanto odio, nella disperazione di dover assistere impotenti i propri figli morire di fame, è inevitabile che ci
sia chi cada in tentazione di rubare, offrendo così il fianco alla demagogia populista e al perbenismo qualunquista di certe parti oltranziste – tanto garantiste con i potenti quanto intransigenti e giustizialiste contro gli ultimi della società – che strepitano dati alla mano circa le alte percentuali di immigrati tra la popolazione carceraria, ignorando completamente, o ipocritamente occultando, di quanto “furore” siano frutto le statistiche che ringhiosi vanno sbandierando.
28.02.2006 18:31 at 18:31
E’ la storia di una delle tante famiglie americane tra gli anni 20 e gli anni trenta, quando esplode la grande depressione, quando la meccanizzazione dell’agricoltura mette sulla strada molti contadini con le loro famiglie perché “..una trattrice fa il lavoro di quattordici persone…”, ed un volantino dice che in California c’è lavoro per migliaia di persone.
“The Grapes of Wrath” il titolo originale, “Furore” per noi italiani e mai titolo è stato più appropriato, perché il furore, che indica una condizione emotiva di forte tensione, è quello dei contadini, dei mezzadri, il furore della povera gente che, per dirla con le parole di Bruce Springsteen nel suo album del 1995 intitolato The ghost of Tom Joad :
“..in viaggio per un lavoro che non trovo mai. Ho Lasciato la mia patria … e pagato un prezzo troppo caro, ho solo bisogno di una mano. Questi sono tempi duri, per ogni genere di uomo. Sono venuto alla fine della linea in cui ci sono troppi uomini, disperazione nelle loro facce. In ognuno la speranza di trovare una vita, una casa, un sogno, un posto per stare, un posto per essere.
È il furore della mamma nell’affrontare la quotidianità per tenere unita la famiglia, è quello di Casy che, dopo aver lasciato la vita spirituale, trova la sua via esistenziale in una cella di una prigione, scegliendo di combattere a fianco del più debole immolandosi per la causa degli sfruttati e dei derelitti come un novello messia.
È il furore che, nella canzone principale dell’album di Springsteen, fa dire a Tom:
“Mamma, dovunque un poliziotto picchia una persona
dovunque un bambino nasce gridando per la fame
dovunque c’e’ una lotta contro il sangue e l’odio nell’aria
cercami e ci sarò.
Dovunque si combatte per uno spazio di dignità
un lavoro decente, una mano d’aiuto
dovunque qualcuno lotta per esse libero guardali negli occhi e vedrai me”.
Il romanzo di Steinbeck non parla solo di quei personaggi e di quel paese o periodo storico, ma questi argomenti si riferiscono a un contesto più ampio, senza limitazione di spazio e tempo, sono per così dire “sempre validi “, infatti è una storia attuale, la storia di una famiglia di oggi che emigra dalla sua terra perché questa non gli da più sostentamento e parte per la terra promessa (l’Italia e l’Europa per migliaia di nordafricani, albanesi, rumeni, polacchi), che parte con mezzi di fortuna attirati dai messaggi pubblicitari della televisione per ritrovarsi in un luogo dove non sono desiderati, dove vengono sfruttati, dove servono soltanto per fini politici, dove non vengono trattati da persone umane, dove non è proprio come lo dipinge la tv ma è sempre meglio di ciò che hanno lasciato.
Una storia mista di furore razziale che ha avuto il suo epilogo nei recenti fatti di Parigi, episodi che non fanno riferimento a una sola causa, quella religiosa, ma hanno certamente una componente di protesta sociale, che si spiega con il disagio economico, la crescente disoccupazione, lo sfascio del sistema scolastico e dei servizi sociali nella Francia di Chirac.
La storia si ripete ma sembra che non sappia insegnare nulla: i nostri genitori sono partiti con lo stesso scopo per l’Argentina, i nostri nonni per la Germania dove vendevano i tappeti door to door o venivano impiegati per le miniere di carbone dei paesi nord-europei e prima ancora partivano verso il sogno americano dove allora la sola cosa che abbiamo saputo esportare è stata la malavita e la delinquenza.
Non ricordiamo più nulla, non abbiamo memoria di ciò che è successo quando eravamo noi gli appestati ed ora ripaghiamo con la stessa moneta coloro che vengono da noi.
L’incipit del film, premio oscar nel 1940 per la miglior regia, riporta queste testuali parole:
“Nel centro degli stati uniti d’america esisteva una zona soprannominata la conca di polvere a causa della siccità che l’affliggeva. La crisi economica del 1929 venne ad aggravare la povertà che da questo particolare stato di cose derivava obbligavano molte famiglie di agricoltori che fino ad allora vi erano vissute ad abbandonare la loro terra in cerca di suolo più fertile.
Eccovi le vicende di una di queste famiglie che dovette abbandonare la propria terra ed intraprendere un lungo viaggio in cerca di un tetto, di pace e di sicurezza.
In tutte le democrazie la stampa, la radio, il cinematografo, completamente liberi, cercano incessantemente le ingiustizie e gli abusi che possono danneggiare qualsiasi categoria di cittadini e, centrando su di essi la luce della pubblicità, provocano l’intervento delle autorità governative che prontamente corrono in aiuto dei cittadini colpiti, preservandone la vita, il benessere, gli affetti, le tradizioni.
Il film al quale state per assistere ha contribuito appunto a risolvere uno di questi problemi e viene ora presentato con l’augurio che la fede nei valori spirituali ci eviti, per l’avvenire, la necessità di risolvere problemi del genere.”
La speranza è che queste ultime parole facciano breccia nell’animo umano..
4.03.2006 22:31 at 22:31
Bello!!!