Abbiamo letto Maiali nella Nebbia di Enrico Gentili Stiamo leggendo La tredicesima storia di Diane Setterfield Poi leggeremo La camera azzurra di Simenon Georges
“Fango” è violenza spesso fine a se stessa, la medesima che si riscontra nella cultura pulp allo stato puro. E’ una raccolta di racconti al limite del surreale, molto crudi, violenti, grotteschi ed a parer mio, nonostante da alcuni ritenuti esilaranti, non c’è niente da ridere.
Bisogna ammettere che ci si ritrova di fronte ad uno scritto magnetico e coinvolgente, che ti prende fin dalla prima pagina e ti accompagna all’ultima di ogni racconto, anche se poi si avverte la mancanza di un finale corposo nelle sue storie. Tutto viene narrato fin nei minimi particolari e senza propendere per nessuna delle parti, dando solo la notizia, come farebbe un buon giornalista, tralasciando messaggi, critiche ed opinioni personali, non c’è morale, non c’è insegnamento, c’è solo letteratura che gioca con le paure del lettore con racconti fin troppo cruenti e surreali per non lasciargli nulla se non brividi.
Lo stile dello scrittore, in questo caso diretto, tagliente e sanguinolento rende molto bene e le sue descrizioni e le capacità narrative sono indiscutibili.
Questi i sei racconti:
-”L’ultimo capodanno dell’umanità” colpisce per la capacità di intrecciare storie più o meno comuni, crudeltà e solitudini che sfiorano il ridicolo e portano al tragico.
-”Rispetto” narra di tre ragazzi “normali”, in una nottata brava in discoteca con mattinata alla spiaggia ed il relativo ritorno a casa: dieci pagine di potenza cruda e lancinante, dove riesci a percepire il terrore che trasuda dai personaggi femminili della storia.
-”Ti sogno con terrore” ambientato a Londra, mette a dura prova la tensione nervosa, come nei migliori capolavori del giallo, portando l’ansia fino alla paranoia costringendoti con un thrilling psicologico a non staccare fino alla fine del racconto.
-”Fango (Vivere e morire al Prenestino)” ha un sapore che prende molto di Tarantino e del suo Pulp Fiction.
-”Lo zoologo” è un attimo di pausa tra tutti gli orrori, con una storia di zombie che ci riporta al fumetto dei tempi che furono, così come i due racconti in uno di
-”Carta e ferro” testimonianza di due vite solitarie.
C’è una domanda che mi frulla in testa dopo il primo racconto ed è la stessa che mi accompagna a libro terminato: “Perché tanta violenza?”
La risposta potrebbe essere: “…perché no?” oppure “…perché già esiste e quindi perché non parlarne?” senz’altro “…perché è un argomento che tira, anzi che ha sempre tirato”.
È pur vero che un libro non deve forzatamente dare sempre un messaggio, buono o cattivo che sia, può, anzi deve poter, raccontare una storia fine a se stessa senza voler trasmettere nulla se non la consapevolezza che quella storia esiste: che c’è!
Anche al di la di ciò che essa può trasmettere o provocare, soltanto per un bisogno di scriverla.
Certo viene voglia di capire se quel bisogno di scrivere viene dal bisogno di leggere, magari perché sotto sotto c’è il desiderio ed il piacere di fare.
Ma perché tutte queste storie pulp, tutta questa trucolenza e violenza gratuita raccontata fin nei minimi particolari, alla ricerca della forte emozione, che ci riporta agli odierni video snuff (dove delle persone vengono uccise veramente dopo ogni sorta di torture a loro inflitte, per il piacere di qualcuno che paga per vedere o fare)?
Perché queste storie grevi con alla base una violenza a volte del tutto gratuita, fatta di persone sbudellate, sgozzate, bruciate, torturate, annegate, strangolate, impalate, squartate, fatte e pezzi?
Certamente questa espressione della violenza è presente fin dai tempi antichi, asservita al potere finanziario (avvantaggiarsi economicamente sui propri nemici è stata da sempre una delle mire principale dell’uomo, oggi rappresentata dalle multinazionali, vere padrone del mondo), del potere politico (ne sono pieni i libri di storia, italiana e straniera, moderna ed antica, tutti che riportano le stesse tragedie per la gloria di un popolo ma soprattutto di un uomo che conduce quel popolo) o del potere religioso (nel nome di un dio più importante sono state commesse ogni sorta di nefandezze, anche in casa nostra dove uomini, donne e bambini furono uccisi e trucidati dalla Chiesa col tribunale dell’Inquisizione).
Una violenza che nasce dai propri sentimenti di rabbia, cupidigia, odio, desiderio, sadismo, cattiveria verso un diverso per il colore della pelle, di fede, di pericolosità, di pensiero,
che diventa sempre più “naturale” attraverso il rapporto dell’uomo con gli animali: sembra che gli uomini facciano agli animali ciò che sono capaci di fare ai propri simili. Gli allevamenti di bestiame e i macelli sono il prototipo dei campi di concentramento così come c’è analogia tra l’uso degli insetticidi e le armi chimiche. Si può notare come spesso il disprezzo verso certe persone si esprime tramite metafore animali: ‘Maiale’, ‘Cane’, ‘Verme’. Inoltre, in ambito militare, per spronare gli uomini all’attacco e all’aggressione è frequente l’uso di accessori con immagini di animali predatori, presenti per esempio nei vari emblemi e nelle insegne militari.
Una violenza che diventa sempre più ”naturale” in quanto vissuta giornalmente attraverso mezzi di comunicazione di massa che le fanno assumere un certo fascino, collocandola al di là di ogni possibile considerazione etica: una violenza “estetica” al di là del bene e del male.
Là dove le manifestazioni del male, oggi, non hanno niente di terrificante e spaventoso ma sono sempre più quotidiane e comuni, si può parlare di “fascino del male” con un certo qual gusto odierno della violenza tanto più inquietante quanto più diffuso.
“…ma che bisogno c’è di tanta violenza?”
FANGO: Il fango travolge strade e centri abitati durante le alluvioni, crea scompiglio e disperazione, è sporco e viscido. Non lo si può dominare. In questi racconti il fango è la follia:l’azione che sfugge al controllo della ragione, come un fiume che esce dagli argini e tutto inonda. L’autore diventa un cineoperatore che non può fare altro, ammutolito da tanta disperazione, che filmare. Lui stesso è vittima del disastro, e non ha parole per giudicare ciò che accade: abbastanza eloquenti sono le immagini crude, truculente e schifose che gira. Ne risulta una realtà che è sfuggita di mano, che ha, a volte, dei contorni assurdi e talmente surreali, nella loro quotidianità, da far perfino ridere. Si percepisce la disperazione dell’autore che è sempre più fagocitato dalla spirale della follia, e gradualmente diviene assente sul piano razionale : vittima della catastrofe, anche lui, è impazzito come i protagonisti. La realtà è rovesciata: le situazioni più drammatiche e disperate, in una cultura malata, diventano divertenti ed esilaranti.
10.10.2006 19:05 at 19:05
Fango
“Fango” è violenza spesso fine a se stessa, la medesima che si riscontra nella cultura pulp allo stato puro. E’ una raccolta di racconti al limite del surreale, molto crudi, violenti, grotteschi ed a parer mio, nonostante da alcuni ritenuti esilaranti, non c’è niente da ridere.
Bisogna ammettere che ci si ritrova di fronte ad uno scritto magnetico e coinvolgente, che ti prende fin dalla prima pagina e ti accompagna all’ultima di ogni racconto, anche se poi si avverte la mancanza di un finale corposo nelle sue storie. Tutto viene narrato fin nei minimi particolari e senza propendere per nessuna delle parti, dando solo la notizia, come farebbe un buon giornalista, tralasciando messaggi, critiche ed opinioni personali, non c’è morale, non c’è insegnamento, c’è solo letteratura che gioca con le paure del lettore con racconti fin troppo cruenti e surreali per non lasciargli nulla se non brividi.
Lo stile dello scrittore, in questo caso diretto, tagliente e sanguinolento rende molto bene e le sue descrizioni e le capacità narrative sono indiscutibili.
Questi i sei racconti:
-”L’ultimo capodanno dell’umanità” colpisce per la capacità di intrecciare storie più o meno comuni, crudeltà e solitudini che sfiorano il ridicolo e portano al tragico.
-”Rispetto” narra di tre ragazzi “normali”, in una nottata brava in discoteca con mattinata alla spiaggia ed il relativo ritorno a casa: dieci pagine di potenza cruda e lancinante, dove riesci a percepire il terrore che trasuda dai personaggi femminili della storia.
-”Ti sogno con terrore” ambientato a Londra, mette a dura prova la tensione nervosa, come nei migliori capolavori del giallo, portando l’ansia fino alla paranoia costringendoti con un thrilling psicologico a non staccare fino alla fine del racconto.
-”Fango (Vivere e morire al Prenestino)” ha un sapore che prende molto di Tarantino e del suo Pulp Fiction.
-”Lo zoologo” è un attimo di pausa tra tutti gli orrori, con una storia di zombie che ci riporta al fumetto dei tempi che furono, così come i due racconti in uno di
-”Carta e ferro” testimonianza di due vite solitarie.
C’è una domanda che mi frulla in testa dopo il primo racconto ed è la stessa che mi accompagna a libro terminato: “Perché tanta violenza?”
La risposta potrebbe essere: “…perché no?” oppure “…perché già esiste e quindi perché non parlarne?” senz’altro “…perché è un argomento che tira, anzi che ha sempre tirato”.
È pur vero che un libro non deve forzatamente dare sempre un messaggio, buono o cattivo che sia, può, anzi deve poter, raccontare una storia fine a se stessa senza voler trasmettere nulla se non la consapevolezza che quella storia esiste: che c’è!
Anche al di la di ciò che essa può trasmettere o provocare, soltanto per un bisogno di scriverla.
Certo viene voglia di capire se quel bisogno di scrivere viene dal bisogno di leggere, magari perché sotto sotto c’è il desiderio ed il piacere di fare.
Ma perché tutte queste storie pulp, tutta questa trucolenza e violenza gratuita raccontata fin nei minimi particolari, alla ricerca della forte emozione, che ci riporta agli odierni video snuff (dove delle persone vengono uccise veramente dopo ogni sorta di torture a loro inflitte, per il piacere di qualcuno che paga per vedere o fare)?
Perché queste storie grevi con alla base una violenza a volte del tutto gratuita, fatta di persone sbudellate, sgozzate, bruciate, torturate, annegate, strangolate, impalate, squartate, fatte e pezzi?
Certamente questa espressione della violenza è presente fin dai tempi antichi, asservita al potere finanziario (avvantaggiarsi economicamente sui propri nemici è stata da sempre una delle mire principale dell’uomo, oggi rappresentata dalle multinazionali, vere padrone del mondo), del potere politico (ne sono pieni i libri di storia, italiana e straniera, moderna ed antica, tutti che riportano le stesse tragedie per la gloria di un popolo ma soprattutto di un uomo che conduce quel popolo) o del potere religioso (nel nome di un dio più importante sono state commesse ogni sorta di nefandezze, anche in casa nostra dove uomini, donne e bambini furono uccisi e trucidati dalla Chiesa col tribunale dell’Inquisizione).
Una violenza che nasce dai propri sentimenti di rabbia, cupidigia, odio, desiderio, sadismo, cattiveria verso un diverso per il colore della pelle, di fede, di pericolosità, di pensiero,
che diventa sempre più “naturale” attraverso il rapporto dell’uomo con gli animali: sembra che gli uomini facciano agli animali ciò che sono capaci di fare ai propri simili. Gli allevamenti di bestiame e i macelli sono il prototipo dei campi di concentramento così come c’è analogia tra l’uso degli insetticidi e le armi chimiche. Si può notare come spesso il disprezzo verso certe persone si esprime tramite metafore animali: ‘Maiale’, ‘Cane’, ‘Verme’. Inoltre, in ambito militare, per spronare gli uomini all’attacco e all’aggressione è frequente l’uso di accessori con immagini di animali predatori, presenti per esempio nei vari emblemi e nelle insegne militari.
Una violenza che diventa sempre più ”naturale” in quanto vissuta giornalmente attraverso mezzi di comunicazione di massa che le fanno assumere un certo fascino, collocandola al di là di ogni possibile considerazione etica: una violenza “estetica” al di là del bene e del male.
Là dove le manifestazioni del male, oggi, non hanno niente di terrificante e spaventoso ma sono sempre più quotidiane e comuni, si può parlare di “fascino del male” con un certo qual gusto odierno della violenza tanto più inquietante quanto più diffuso.
“…ma che bisogno c’è di tanta violenza?”
31.10.2006 20:39 at 20:39
FANGO: Il fango travolge strade e centri abitati durante le alluvioni, crea scompiglio e disperazione, è sporco e viscido. Non lo si può dominare. In questi racconti il fango è la follia:l’azione che sfugge al controllo della ragione, come un fiume che esce dagli argini e tutto inonda. L’autore diventa un cineoperatore che non può fare altro, ammutolito da tanta disperazione, che filmare. Lui stesso è vittima del disastro, e non ha parole per giudicare ciò che accade: abbastanza eloquenti sono le immagini crude, truculente e schifose che gira. Ne risulta una realtà che è sfuggita di mano, che ha, a volte, dei contorni assurdi e talmente surreali, nella loro quotidianità, da far perfino ridere. Si percepisce la disperazione dell’autore che è sempre più fagocitato dalla spirale della follia, e gradualmente diviene assente sul piano razionale : vittima della catastrofe, anche lui, è impazzito come i protagonisti. La realtà è rovesciata: le situazioni più drammatiche e disperate, in una cultura malata, diventano divertenti ed esilaranti.