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“frasi sottolineate”

Una riflessione sconsolata, corretta da ironia e pietas malinconica:

L’onestà de mi nonna

Quanno che nonna mia pijò marito
nun fece mica come tante e tante
che doppo un po’ se troveno l’amante…
Lei, in cinquant’anni, nu’ l’ha mai tradito!
Dice che un giorno un vecchio impreciuttito
che je voleva fa’ lo spasimante je disse:
– V’arigalo ‘sto brillante
se venite a pijavvelo in un sito.
– Un’antra, ar posto suo, come succede,
j’avrebbe detto subbito: – So’ pronta.-
Ma nonna, ch’era onesta, nun ciagnede;
anzi je disse: – Stattene lontano…-
Tanto ch’adesso, quanno l’aricconta,
ancora ce se mozzica le mano!

…e un piccolo grande cammeo:

La felicità
«un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
tutto sommato,
la felicità è una piccola cosa».

tratte da “Poesie scelte vol.1 e 2” di Trilussa

“frasi sottolineate”

….per sorridere un po’.

Galileo  

Quando Galileo, osservando le oscillazioni del pendolo, fece la grande scoperta, per prima cosa andò a dar la notizia al Granduca. 

“Eccellenza,“gli disse “ho scoperto che il mondo si muove”. 

“Ma davvero?” fece il Granduca, meravigliato e anche un po’ allarmato.

“E come l’avete scoperto?” 

“Col pendolo”. 

“Accidenti! Colpendolo con che cosa?”

“Come, con che cosa? Col pendolo, e basta. Non c’era nient’altro, quand’ ho fatto la scoperta”. 

“Ho capito. Ma colpendolo con che cosa? Con un oggetto contundente? Con un’arma? Con la mano?” 

“Col pendolo, soltanto col pendolo”.

“ Benedetto uomo, ho capito. Avete scoperto che il mondo si muove colpendolo. Cioè, che si muove quando lo si colpisce. Bisogna vedere con che cosa lo si colpisce. Non potete averlo colpito con niente. E ci vuole un bell’ aggeggio per colpire il mondo in modo da farlo muovere”.

Il grande astronomo e matematico si mise a ridere di cuore.

“Eccellenza”, disse “ma voi credete che “col pendolo” vada legato con “si muove”. No. Va legato con “ho scoperto”. Col pendolo ho scoperto che il mondo si muove. L’ ho scoperto col pendolo”.   

“Colpendo il mondo. Ho capito”.   

“Ma no. Col pendolo. Col pendolo!”   

“Ma colpendo chi, allora? E con che?” 

“ Ma non colpendolo. Col pendolo!”

“Che modo di ragionare! Non colpendolo, ma colpendolo!” 

Insomma, dovette scriverglielo su un pezzo di carta (1).

 

(1) E dire che avrebbe chiarito tutto se avesse detto: “Con il pendolo”.

 

Da “Vite degli uomini illustri” di Achille Campanile

“frasi sottolineate”

Chiedo scusa ma non ho proprio saputo resistere: questa dovevo proprio metterla!!! 

I’ cominciai: «Poeta, volontieri 

parlerei a quei due che ‘nsieme vanno, 

e paion sì al vento esser leggieri». 

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno 

più presso a noi; e tu allor li priega 

per quello amor che i mena, ed ei verranno». 

Sì tosto come il vento a noi li piega, 

mossi la voce: «O anime affannate, 

venite a noi parlar, s’altri nol niega!». 

Quali colombe dal disio chiamate 

con l’ali alzate e ferme al dolce nido 

vegnon per l’aere, dal voler portate; 

cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, 

a noi venendo per l’aere maligno, 

sì forte fu l’affettüoso grido. 

«O animal grazïoso e benigno 

che visitando vai per l’aere perso 

noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 

se fosse amico il re de l’universo, 

noi pregheremmo lui de la tua pace, 

poi c’hai pietà del nostro mal perverso. 

Di quel che udire e che parlar vi piace, 

noi udiremo e parleremo a voi, 

mentre che ‘l vento, come fa, ci tace. 

Siede la terra dove nata fui 

su la marina dove ‘l Po discende 

per aver pace co’ seguaci sui. 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, 

prese costui de la bella persona 

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 

mi prese del costui piacer sì forte, 

che, come vedi, ancor non m’abbandona. 

Amor condusse noi ad una morte. 

Caina attende chi a vita ci spense». 

Queste parole da lor ci fuor porte. 

Quand’ io intesi quell’ anime offense, 

china’ il viso, e tanto il tenni basso, 

fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?». 

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, 

quanti dolci pensier, quanto disio 

menò costoro al doloroso passo!». 

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, 

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri 

a lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, 

a che e come concedette amore 

che conosceste i dubbiosi disiri?». 

E quella a me: «Nessun maggior dolore 

che ricordarsi del tempo felice 

ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore. 

Ma s’a conoscer la prima radice 

del nostro amor tu hai cotanto affetto, 

dirò come colui che piange e dice. 

Noi leggiavamo un giorno per diletto 

di Lancialotto come amor lo strinse; 

soli eravamo e sanza alcun sospetto. 

Per più fïate li occhi ci sospinse 

quella lettura, e scolorocci il viso; 

ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

Quando leggemmo il disïato riso 

esser basciato da cotanto amante, 

questi, che mai da me non fia diviso, 

la bocca mi basciò tutto tremante. 

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse: 

quel giorno più non vi leggemmo avante». 

Mentre che l’uno spirto questo disse, 

l’altro piangëa; sì che di pietade 

io venni men così com’ io morisse. 

E caddi come corpo morto cade. 

Tratto da “la Divina Commedia – inferno – canto 5°” di Dante Alighieri