Circolo del Libro – Jesi – Ancona

Leggeremo Anche Asimov


Abbiamo letto Taccuino di una sbronza di Fabio Roversi
Stiamo leggendo Stella del mare di Joseph O'Connor
Poi leggeremo La donna abitata di Gioconda Belli

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“Frasi sottolineate”

28.01.2007 18:40 by Diego

Ed ora un po’ di autopromozione con un paio di citazioni tratte da quelli che senza dubbio sono di gran lunga i due libri più belli tra quelli da noi discussi ;)

1) da “Saltatempo” di Stefano Benni

Ti ricordi – disse l’albero – quando avevi scoperto che il nonno di Fulisca era stato ammazzato dai partigiani e venisti da me confuso? Ricordi cosa ti dissi?

- Sì, Querciabaruch- risposi io – mi dicesti: ringrazia ogni giorni in cui puoi svegliarti in pace, senza dover dividere il mondo in amici e nemici.

- E poi?

- Poi non ricordo…

- Poi ti dissi: perché a molti è capitato di svegliarsi quel giorno, il giorno di combattere. Non è un bel risveglio, è un risveglio doloroso e crudele. Quel giorno non chiedere agli altri chi sei, gli amici diranno che sei un eroe, gli altri che sei un assassino. Solo tu puoi saperlo e pagherai ogni ora questa tua decisione. Solo dopo molto tempo potra vedere se hai aggiunto dolore al mondo o lo hai aiutato a guarire, se hai fatto crescere più vita di quella che hai spento. Questo si chiama responsabilità.

 

2) da “Vino e pane” di Ignazio Silone

La libertà non è una cosa che si possa ricevere in regalo. Si può anche vivere in un paese di dittatura ed essere libero, a una semplice condizione, basta lottare contro la dittatura. L’uomo che pensa con la propria testa e conserva il suo cuore incorrotto è libero. L’uomo che lotta per ciò che egli ritiene giusto è libero. Per contro si può vivere nel paese più democratico della terra, ma se si è interiormente pigri, ottusi, servili, non si è liberi; malgrado l’assenza di ogni coercizione violenta, si è schiavi. Questo è il male, non bisogna implorare la propria libertà dagli altri. La libertà bisogna prendersela ognuno la porzione che può.

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“Frasi Sottolineate”

28.01.2007 18:16 by Diego

Anche de André sarebbe inesauribile come fonte, ma uno dei testi che secondo me racchiude meglio tutto il suo pensiero è il Testamento di Tito, tratto dall’album “La Buona Novella”, ispirato ai vangeli apocrifi. L’avrò sentita duemila volte, ma ad ogni ascolto la strofa finale mi fa venire i brividi dall’emozione.

“Tito ne aveva fatte di tutti i colori ma senza far male a nessuno, sicché alla fine era più innocente di quel Cristo col quale gli toccò di dividere la morte ricevendone in cambio un’astratta promessa di paradiso, là in quell’esiguo spazio sul Golgota che ancora oggi, duemila anni dopo, ci pesa addosso.” [De André]

[...] Prima la pietà di un uomo, un ladro, per un altro simile, ma innocente e così diverso da lui, poi l’espressione dell’amore più puro, della pietà che non cede al rancore, recuperando, dopo averli criticati, tutti i comandamenti in quello dell’amore che, anche secondo i vangeli canonici, li riassume tutti [tratto da una recensione]

IL TESTAMENTO DI TITO

“Non avrai altro Dio all’infuori di me,
spesso mi ha fatto pensare:
genti diverse venute dall’est
dicevan che in fondo era uguale.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.
Credevano a un altro diverso da te
e non mi hanno fatto del male.

Non nominare il nome di Dio,
non nominarlo invano.
Con un coltello piantato nel fianco
gridai la mia pena e il suo nome:
ma forse era stanco, forse troppo occupato,
e non ascoltò il mio dolore.
Ma forse era stanco, forse troppo lontano,
davvero lo nominai invano.

Onora il padre, onora la madre
e onora anche il loro bastone,
bacia la mano che ruppe il tuo naso
perché le chiedevi un boccone:
quando a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.
Quanto a mio padre si fermò il cuore
non ho provato dolore.

Ricorda di santificare le feste.
Facile per noi ladroni
entrare nei templi che riguargitan salmi
di schiavi e dei loro padroni
senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.
Senza finire legati agli altari
sgozzati come animali.

Il quinto dice non devi rubare
e forse io l’ho rispettato
vuotando, in silenzio, le tasche già gonfie
di quelli che avevan rubato:
ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.
Ma io, senza legge, rubai in nome mio,
quegli altri nel nome di Dio.

Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l’ami
così sarai uomo di fede:
Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l’amore:
ma non ho creato dolore.

Il settimo dice non ammazzare
se del cielo vuoi essere degno.
Guardatela oggi, questa legge di Dio,
tre volte inchiodata nel legno:
guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.
Guardate la fine di quel nazzareno
e un ladro non muore di meno.

Non dire falsa testimonianza
e aiutali a uccidere un uomo.
Lo sanno a memoria il diritto divino,
e scordano sempre il perdono:
ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.
Ho spergiurato su Dio e sul mio onore
e no, non ne provo dolore.

Non desiderare la roba degli altri
non desiderarne la sposa.
Ditelo a quelli, chiedetelo ai pochi
che hanno una donna e qualcosa:
nei letti degli altri già caldi d’amore
non ho provato dolore.
L’invidia di ieri non è già finita:
stasera vi invidio la vita.

Ma adesso che viene la sera ed il buio
mi toglie il dolore dagli occhi
e scivola il sole al di là delle dune
a violentare altre notti:
io nel vedere quest’uomo che muore,
madre, io provo dolore.
Nella pietà che non cede al rancore,
madre, ho imparato l’amore”.

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“frasi sottolineate”

25.01.2007 21:13 by Giosuè

Chiedo scusa ma non ho proprio saputo resistere: questa dovevo proprio metterla!!! 

I’ cominciai: «Poeta, volontieri 

parlerei a quei due che ‘nsieme vanno, 

e paion sì al vento esser leggieri». 

Ed elli a me: «Vedrai quando saranno 

più presso a noi; e tu allor li priega 

per quello amor che i mena, ed ei verranno». 

Sì tosto come il vento a noi li piega, 

mossi la voce: «O anime affannate, 

venite a noi parlar, s’altri nol niega!». 

Quali colombe dal disio chiamate 

con l’ali alzate e ferme al dolce nido 

vegnon per l’aere, dal voler portate; 

cotali uscir de la schiera ov’ è Dido, 

a noi venendo per l’aere maligno, 

sì forte fu l’affettüoso grido. 

«O animal grazïoso e benigno 

che visitando vai per l’aere perso 

noi che tignemmo il mondo di sanguigno, 

se fosse amico il re de l’universo, 

noi pregheremmo lui de la tua pace, 

poi c’hai pietà del nostro mal perverso. 

Di quel che udire e che parlar vi piace, 

noi udiremo e parleremo a voi, 

mentre che ‘l vento, come fa, ci tace. 

Siede la terra dove nata fui 

su la marina dove ‘l Po discende 

per aver pace co’ seguaci sui. 

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende, 

prese costui de la bella persona 

che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende. 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona, 

mi prese del costui piacer sì forte, 

che, come vedi, ancor non m’abbandona. 

Amor condusse noi ad una morte. 

Caina attende chi a vita ci spense». 

Queste parole da lor ci fuor porte. 

Quand’ io intesi quell’ anime offense, 

china’ il viso, e tanto il tenni basso, 

fin che ‘l poeta mi disse: «Che pense?». 

Quando rispuosi, cominciai: «Oh lasso, 

quanti dolci pensier, quanto disio 

menò costoro al doloroso passo!». 

Poi mi rivolsi a loro e parla’ io, 

e cominciai: «Francesca, i tuoi martìri 

a lagrimar mi fanno tristo e pio. 

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri, 

a che e come concedette amore 

che conosceste i dubbiosi disiri?». 

E quella a me: «Nessun maggior dolore 

che ricordarsi del tempo felice 

ne la miseria; e ciò sa ‘l tuo dottore. 

Ma s’a conoscer la prima radice 

del nostro amor tu hai cotanto affetto, 

dirò come colui che piange e dice. 

Noi leggiavamo un giorno per diletto 

di Lancialotto come amor lo strinse; 

soli eravamo e sanza alcun sospetto. 

Per più fïate li occhi ci sospinse 

quella lettura, e scolorocci il viso; 

ma solo un punto fu quel che ci vinse. 

Quando leggemmo il disïato riso 

esser basciato da cotanto amante, 

questi, che mai da me non fia diviso, 

la bocca mi basciò tutto tremante. 

Galeotto fu ‘l libro e chi lo scrisse: 

quel giorno più non vi leggemmo avante». 

Mentre che l’uno spirto questo disse, 

l’altro piangëa; sì che di pietade 

io venni men così com’ io morisse. 

E caddi come corpo morto cade. 

Tratto da “la Divina Commedia – inferno – canto 5°” di Dante Alighieri

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